Home » Blog » Archivi per Daniela Castellani

By Daniela Castellani

Risveglio, preghiera e apertura del Cuore

Per acquisire la preghiera profonda del Cuore è indispensabile una notevole preparazione. Questa consiste in una conoscenza e in un’esperienza sufficienti della vita monastica e nell’imparare ad agire in conformità ai comandamenti dell’evangelo. La vera preghiera infatti si fonda sulla disposizione dell’anima quale risulta da una vita condotta in conformità ai comandamenti: è su questa disposizione interiore che la preghiera riposa; e quando essa fa difetto, la preghiera non può trovar dimora nell’anima e rimane nella mente.
Ignatij Brjancaninov, Preghiera e lotta spirituale
Spesso le persone mi chiedono cosa fare per raggiungere la serenità interiore.
Io la serenità interiore non ce l’avevo e l’ho conquistata. Ho lavorato con gli esercizi di Presenza in stile Quarta Via, ho lavorato con la preghiera e nel frattempo – cosa più importante – mi sono sforzato di seguire i dettami presenti nel Vangelo: non giudicare il prossimo tuo, ama il Signore Dio tuo, ama i tuoi nemici, prega per i tuoi persecutori.
La ricompensa per questo Lavoro è stata l’hesychia, ossia la calma, la pace, la serenità interiore, l’assenza di preoccupazioni, la capacità di prendere quello che viene dalla Vita.
Nel Vangelo il “comandamento dell’amore” o, come lo definisce Gesù, il “comandamento più grande” viene declinato in maniera diversa a seconda dell’evangelista che se ne fa testimone:
Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutta la tua mente. Questo è il più grande e il primo dei comandamenti. E il secondo è simile al primo: amerai il prossimo tuo come te stesso. Da questi due comandamenti dipende tutta la Legge e i Profeti. Mt 22,37-40
Gesù rispose: «Il primo è: Ascolta, Israele! Il Signore nostro Dio è l’unico Signore; amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza. Il secondo è questo: Amerai il tuo prossimo come te stesso. Non c’è altro comandamento più grande di questi. Mc 12,29-31
In Luca il “comandamento dell’amore” viene addirittura proposto come un elisir che consente la Vita Eterna, tanto agognata dagli alchimisti. Anche in questo caso Gesù è molto chiaro:
Un dottore della legge si alzò per metterlo alla prova: «Maestro, che devo fare per ereditare la vita eterna?». Gesù gli disse: «Che cosa sta scritto nella Legge? Che cosa vi leggi?». Costui rispose: «Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente e il prossimo tuo come te stesso». E Gesù: «Hai risposto bene; fa’ questo e vivrai. Lc 10,25-28
In Giovanni il precetto di Gesù viene definito il “comandamento nuovo”:
Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avrete amore gli uni per gli altri. Gv 13,34
E più avanti:
Questo vi comando: amatevi gli uni gli altri. Gv 15-17
Ma questo in realtà, per quanto già difficile da applicare, non è ancora un reale “comandamento nuovo”, poiché già nel Vecchio Testamento, in Dt 6,5 si comanda di amare Dio con tutto il cuore e in Lev 19,18 troviamo il precetto dell’amore del prossimo come noi stessi: Non ti vendicherai e non serberai rancore contro i figli del tuo popolo, ma amerai il tuo prossimo come te stesso. Io sono il Signore.
Dove per “figli del tuo popolo” s’intendono ancora solo i figli d’Israele.
Il vero, rivoluzionario comandamento – il più difficile da applicare – lo leggiamo in Matteo:
Avete inteso che fu detto: Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico; ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori, perché siate figli del Padre vostro celeste, che fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti. Infatti se amate quelli che vi amano, quale merito ne avete? Mt 5, 43-46
A nulla valgono le ore di preghiera consigliate dall’Esicasmo (da: hesychia) oppure la capacità di restare “presenti a se stessi” … se poi non siamo in grado di applicare ciò che davvero è capace di provocare l’apertura del Cuore: gli insegnamenti evangelici. Gesù ha fornito una chiave alchemica che rappresenta la possibilità di compiere il passo successivo nel Lavoro di Risveglio. Il passo successivo dopo la Presenza e la preghiera è rappresentato dall’attivazione del collegamento con l’anima, ossia con il Cuore, il “centro emozionale superiore” di gurdjieffiana memoria.
Se lavorate solo con la meditazione o gli esercizi di Presenza rischiate di diventare dei mostri immersi nel giudizio verso il prossimo. Ho visto troppe persone applicarsi con la massima volontà negli esercizi di meditazione o di “ricordo di sé”, e poi di fronte ai fatti nella vita manifestare gli stessi stati emotivi d’un adolescente. Sono persone che prese dai successi ottenuti in una tecnica di meditazione non s’accorgono di restare immerse nell’addormentamento, ossia incapaci di vedere la Bellezza che pervade tutto.
Salvatore Brizzi
NON DUCOR DUCO
(non vengo condotto, conduco)

Guerrieri e crocifissi

In data 06 Febbraio 2014 ho pubblicato un post dal titolo Fighters – I Guerrieri del Cuore, dove spiegavo l’importanza di tornare a essere Guerrieri e Guerriere in un’epoca che ci vuole sottomessi con la scusa che “non è bene mostrarsi aggressivi”, approfittando della confusione che esiste fra l’autentico Spirito Guerriero (che promana dal Cuore) e l’aggressività repressa che invece si trasforma in violenza quotidiana. Una settimana dopo ho pubblicato un post dal titolo Eo romam, iterum crucifigi, dove spiegavo della necessità di accettare il martirio – come fece Pietro dopo aver incontrato Gesù sulla via Appia – e di vivere la propria crocifissione senza paura, nell’accoglienza più totale.
Qualche decina di utenti si è cancellata dalla mia mailing-list dopo il primo post – che ha interpretato come un inno agli sport violenti -, mentre qualche altra decina si è cancellata dopo il secondo post – che ha interpretato come un inno al sacrificio personale di matrice cattolica.
Ma a qualcuno si sarà pur aperto uno spiraglio nel nebuloso cielo della propria coscienza, almeno sufficiente a realizzare che i due post provengono dallo stesso autore e sono stati appositamente scritti in successione?
Nessuno – e mi rivolgo a chi non si è cancellato – ha notato questo particolare?
Un incitamento a combattere e un incitamento a farsi crocifiggere, in rapida successione!
Avrà pur un significato.
Cosa devo inventarmi per risvegliare la vostra coscienza? Cos’altro devo fare per scuotervi? Cominciare a pedalare in giro per la città, completamente nudo, su una bicicletta senza sellino?
Non c’è nulla di violento negli sport violenti e non si compie alcun sacrificio nel sacrificare la propria personalità. Inoltre, io posso essere un Guerriero o una Guerriera che lottano fino alla morte per la propria libertà – indomiti e allergici alla sottomissione subliminale (leggi: pacifismo/buonismo) – e per la libertà del proprio Paese, ma allo stesso tempo disposti a porgere l’altra guancia, a essere martirizzati e farsi crocifiggere per liberare finalmente la loro anima dal guscio che la contiene, che la protegge e la imprigiona al contempo, come il bruco fa con la farfalla.
Lo scopo dei due post pubblicati in successione è mettere i risalto che sul piano mentale si può verificare una contraddizione che invece sul piano animico non esiste più.
Sulla Via non ti viene mai chiesto di sacrificare qualcosa di veramente tuo, ma solo di crocifiggere qualcosa che oramai è superfluo, è superato e dunque puoi trascendere. Nessun (autentico) maestro ti chiederà mai di trascendere il sesso se tu non l’hai già sostituito con qualcosa di superiore, altrimenti non potrai che ammalarti sia fisicamente che psicologicamente e far inevitabilmente degenerare il tuo rapporto di coppia. Lo stesso accade se rinunci all’aggressività ma non l’hai prima convogliata in altre vie: sesso, sport, arte, guarigione, …
La trascendenza deve avvenire prima, non dopo la rinuncia a qualcosa, deve essere CAUSA, non EFFETTO della rinuncia, altrimenti mettete il carro davanti a buoi.
Solo quando si comprenderà che il martirio è terapeutico lo si potrà intravedere da un’ottica differente. E in ogni caso qui nessuno vi chiede di andare a cercarvi un martirio prima dell’ora di cena. Ci penserà la Vita con le sue pene, oppure semplicemente non vi deve accadere e non vi accadrà.
Istruendosi in un’arte da combattimento si compie un lavoro che principia sul piano fisico e poi si espande – per analogia – sui piani psicologico e spirituale. Sentire di più i propri muscoli – simbolo della forza – significa divenire più sicuri di sé; l’allenamento muscolare delle arti marziali porta infatti quasi subito sia uomini che donne a una modificazione della postura e del modo di camminare. La moda di oggi, che impone a molti giovani maschi di andare in giro trasandati, strisciando i piedi, con le spalle curve e i pantaloni calati che lasciano intravedere il sedere, ha importanti e deleteri effetti sulla loro psiche: sono metafore ambulanti della sconfitta, dell’incapacità di agire. Ve lo figurate un artista marziale che si veste in un modo che lo farebbe inciampare sui suoi stessi pantaloni al minimo tentativo di azione fisica?
Lavorare in palestra sull’equilibrio fisico consente di lavorare, di riflesso, sull’equilibrio emotivo e mentale. La pazienza, la disciplina, la volontà, l’attitudine a gestire con disinvoltura certi movimenti del proprio corpo o la capacità di focalizzare tutte le proprie energie nello sferrare un colpo… producono un effetto certo sull’anima, perché all’anima non interessa su quale piano noi apprendiamo l’equilibrio o la volontà, in quanto nel momento in cui essa acquisisce una certa qualità, per esempio sul piano fisico, poi è in grado di manifestarla anche sui piani emotivo e mentale.
Ecco spiegato il senso dello yoga, delle danze sacre indù, dei movimenti di Gurdjieff e delle arti del combattimento sviluppate da sempre in tutte le culture. Niente a che vedere con la violenza, dunque.
Se una donna diviene più sicura di sé grazie a qualche mese di allenamento in una disciplina da combattimento, questo non farà sì che adesso sappia sicuramente difendersi in caso di aggressione, bensì molto di più: farà sì che non emetta più attraverso i suoi ferormoni l’odore della paura e che quindi non venga più percepita come una preda e attaccata.
Se cambi tu, la tua realtà è costretta a cambiare.
Salvatore Brizzi
NON DUCOR DUCO
(non vengo condotto, conduco)

Il lavoro, la nobiltà e l’abbronzatura

Anche in questa fredda mattinata torinese, al bar dove vado a fare colazione, ho sentito una signora di mezza età lamentarsi così: “Non c’è lavoro. Non si trova niente. Mio figlio sarebbe disposto a fare qualunque cosa, ma non trova niente!”
Già… pensavo io, sarebbe disposto a fare qualunque cosa, forse il problema è proprio qui. Forse la mentalità dello schiavo – per quanto diffusa – non lo aiuta nella ricerca del lavoro, ossia non fa la differenza rispetto alle folle dei suoi coetanei con i quali deve sgomitare.
Vale sicuramente la pena riflettere su un concetto un po’ fuori moda: la nobiltà di una volta. Chi era il nobile? Una figura che oggi viene – giustamente, se si guarda agli esempi odierni – derisa e snobbata. Già, ma chi sarebbe dovuto essere in realtà?
Innanzitutto l’autentica nobiltà era sempre “nobiltà d’animo”. Ossia il vero nobile doveva anche e sempre, per definizione, essere magnanimo: magna(=grande) anima. Il corrispettivo del mahatma (=grande anima) nella cultura indù. Era una persona colta, che si occupava di filosofia, d’arte e di spiritualità. Sto parlando delle prime dinastie egizie, delle antiche famiglie nobiliari indù, cinesi e giapponesi; ma sto anche parlando di Giulio Cesare, Lorenzo il Magnifico, Federico il Grande di Prussia, Ferdinando I di Borbone, Federico II di Svevia …
Il nobile non lavorava. Il nobile pensava, o al limite conduceva in battaglia i suoi uomini per una “giusta causa” oppure si dedicava all’arte. Ma non lavorava. Mai un vero nobile avrebbe aspirato al lavoro o addirittura lottato per esso. Qualcuno potrebbe obiettare che a nessuno piace lavorare, ma quando si è sottoposti alla necessità di procurarsi il denaro allora si cerca il lavoro, lo si ritiene un diritto, addirittura si combatte per esso. e si giunge al punto che “qualunque mansione andrebbe bene”.
Invece no. Vale esattamente il contrario: è proprio perché alle persone non interessa più nulla di profondo, nulla che oltrepassi la loro più bassa sopravvivenza, che sono costrette a lottare e sgomitare con gli extracomunitari per poter lavorare 8-10 ore come animali in una fabbrica o in un ufficio (entrambe le esperienze le ho vissute anch’io). A scuola, a mio figlio, insegneranno che esser schiavi d’un governo democratico è un diritto per cui battersi, lo spingeranno a “porre spontaneamente i polsi e le caviglie a ceppi”. Io gli trasmetterò l’opposto… vedremo chi l’avrà vinta.
La soluzione sta nell’affrancarsi dalla paura di morire di fame e riacquisire la propria dignità – la propria nobiltà, appunto – dedicandosi innanzitutto a ciò che di più elevato si riesce a produrre interiormente, ossia l’identificazione con la propria anima, la vera essenza, dove sta anche scritto qual è il mestiere a cui dobbiamo dedicarci per vivere in maniera equilibrata. Presenza nel Qui-e-Ora e Cuore aperto sono le parole d’ordine.
Nessuno vi vieta di riacquistare questa dignità a partire da oggi!
Quando possiederemo la “nobiltà d’animo” il nostro lavoro tornerà a essere archetipico: l’artista, il guerriero, il guaritore, il commerciante … nessuno di questi prevede il lavoro dipendente dove “qualunque mansione va bene purché mi diate i soldi” che ben si addice alla moderna genìa dei codici a barre umani.
Tutto in questa civiltà mira a fabbricare servi. Vi siete mai chiesti da dove nasce il vostro desiderio di essere abbronzati e avere il fisico palestrato? Ve lo immaginate un autentico nobile abbronzato e con i muscoli grossi come un muratore (o un attore holliwoodiano)? Vi siete accorti che sono le caratteristiche di chi svolge tutta la vita lavori di fatica sotto il sole? Perché oggi il mio corpo – per venire considerato bello – deve somigliare ai corpi di coloro che, in incarnazioni passate, erano i miei schiavi?
Non date nulla per scontato e tenete gli occhi aperti.
Salvatore Brizzi
NON DUCOR DUCO
(non vengo condotto, conduco)

Eo romam, iterum crucifigi!

Secondo le testimonianze presenti negli  Atti di Pietro, durante la prima persecuzione contro i cristiani, quella ordinata dall’imperatore Nerone (37 – 68), l’apostolo Pietro (in origine si chiamava Simone, ma ricevette da Gesù stesso il nome di Kefa, che in aramaico significa per l’appunto “roccia”) sta fuggendo da Roma per evitare il martirio, quando sulla via Appia gli appare la figura di Gesù, vestito da viandante, che cammina nella direzione opposta alla sua: verso la città.

eo romam iterum crucifigi

Quo vadis, Domine? (Signore, dove vai?) chiede l’apostolo.

Eo Romam, iterum crucifigi! (Vado a Roma, per essere nuovamente crocifisso!) gli risponde Gesù.

Pietro scoppia in lacrime e comprende che Gesù, con questo segno, gli chiede di non fuggire al suo destino, ma di ritornare a Roma e accettare il martirio. Secondo la tradizione, sarà crocefisso a testa in giù, su sua richiesta, non sentendosi degno di morire nello stesso modo del suo maestro.

Questo è un episodio che fin da bambino mi ha sempre sconvolto!

Pietro, pur essendo oramai impregnato degli insegnamenti del suo maestro, pur essendo diventato un iniziato a sua volta, pur avendo trasferito a migliaia di persone gli insegnamenti del Cristo, quando si accorge che la sua vita è in pericolo a causa delle terribili persecuzioni imposte da Nerone nella città di Roma, decide di fuggire, come è umanamente normale, come probabilmente avremmo fatto anche noi nei suoi panni.

Ma gli appare Gesù, che non lo aiuta a scappare, né gli ordina di rimanere, ma con un gesto altamente simbolico, che ho sempre trovato di un’eleganza e di una forza immense, gli fa capire che a causa della sua scelta lui adesso dovrà andare a Roma e farsi crocifiggere una seconda volta!

Provate a immaginare come si dev’essere sentito Pietro. Avrebbe mille volte preferito che Gesù lo avesse sgridato e poi gli avesse ordinato di sottoporsi al martirio. Invece no, semplicemente lo incontra mentre si dirige a Roma “per essere nuovamente crocifisso”.

Agli occhi d’un profano quella di Pietro potrebbe apparire come una (ingiusta) punizione. Perché nella religione cristiana per giungere a Dio bisogna passare attraverso martirii e crocifissioni?

Perché la Via Cristiana non è buddista, taoista o advaita vedanta. Possiede  caratteristiche ben definite che conducono a risultati ben definiti. Fa parte di questa Via la crocifissione totale della propria personalità, con tutte le sue paure e i suoi giudizi verso il mondo. Di te – di ciò che sei tu oggi – non rimane più nulla: viene tutto bruciato e trasmutato in qualcosa di superiore.

L’atteggiamento di Pietro/Kefa non è ancora quello del Monaco Guerriero. Ha ancora paura. Non vuole morire definitivamente. E solo chi è davvero morto può trasmettere la Vita, come insegnava Gesù. Se avete davvero deciso che esiste solo il Padre e non voi come entità separate, allora il martirio – fisico o psicologico che sia – è ciò che vi aspetta.

Anche il dolore fisico può essere accettato e trasformato. Anche il dolore fisico può causare l’apertura del Cuore, l’ho visto succedere negli ospedali. Ci sono anime che sono chiamate a soffrire un martirio personale finché non si arrendono definitivamente al Padre e consegnano tutto il loro dolore nelle Sue mani, quasi fosse un agnello sacrificale. I martiri cristiani che venivano sbranati dai leoni nelle arene, cantavano davvero… e non per paura, bensì perché oramai il loro Cuore si stava aprendo, proprio poco prima di morire.

Open-Your-Heart-through-Art

Voglio rammentare che i cristiani avrebbero potuto evitare il martirio sacrificando agli Dei romani senza rinunciare alla propria fede, ma la maggior parte di loro non lo faceva pur sapendo a quale tipo di morte sarebbe andata incontro!

Immaginate la Forza di Volontà necessaria.

Se la malattia o lo scandalo sono crocifissioni personali, la crisi economica e la guerra rappresentano crocifissioni nazionali, di massa. E questo è un periodo di crocifissione per la nostra intera società. Dobbiamo necessariamente passare tutti attraverso il martirio, per consumare e trasmutare ogni genere di attaccamento e paura. Questa società morirà, e morirà dopo un lungo martirio. Allora, e solo allora, potrà verificarsi la resurrezione di una società nuova.

E se Pietro non ha compreso tutto questo, Gesù è costretto, pazientemente, a farsi crocifiggere di nuovo.

E morto è il figlio di Dio: e questo è credibile proprio perché è assurdo. E sepolto, e risorto: e questo è certo proprio perché è impossibile.

Tertulliano (De carne Christi, II.5)

 

 

Salvatore Brizzi

NON DUCOR DUCO

(non vengo condotto, conduco)

Fighters – I Guerrieri del Cuore

C’è una cosa più forte di tutti gli eserciti del mondo – sentenziava Victor Hugo – e questa è un’idea il cui momento è ormai giunto.
L’intorpidita coscienza della folla è stata spinta a forza, da una cultura che oramai ha superato da tempo i suoi momenti più fulgidi, verso la filosofia del pacifismo a tutti i costi, in opposizione alla filosofia dei guerrafondai. Il combattente – uomo o donna che sia – viene spesso interpretato come un’anacronistica figura appartenente “ai tempi che furono” e che non va più d’accordo con il buonismo di facciata di cui siamo rimasti prigionieri. Già… perché un’aggressività repressa che serpeggia negli uffici e nelle fabbriche e dilaga a macchia d’olio tra le fibre di una società ipocrita, può condurre solo a situazioni patologiche, soprattutto quando la paura delle reazioni dell’altro viene mascherata da perbenismo e buonismo.
Nessuna nazione è in pace! Perché la pace che nasce dalla paura di farsi male o dall’aggressività repressa non è vera pace, ma ne è solo un surrogato che tiene sotto anestesia chi non ha ancora guardato nel suo Cuore.
Possono trattare la pace solo i Guerrieri, non gli schiavi.
La contrapposizione tra pacifista e guerrafondaio – come tutte le contrapposizioni – è finta. Si può essere Guerrieri e avere la pace dentro. Diro di più: si può essere davvero Guerrieri solo quando si ha la pace dentro, quando il rispetto per l’altro essere umano è acquisito nel confronto e non nella fuga. Per questo motivo il divenire Guerrieri concerne solo in parte l’apprendimento di tecniche di combattimento, mentre per il resto riguarda un percorso emotivo, mentale e, soprattutto, spirituale; dove si vanno a toccare profondità dell’anima che (oggi) non ci si aspetterebbe come risultato di un’attività fisica.
Come dice Daniele Bolelli (autore che ho scoperto pochi giorni fa) nell’introduzione al suo Per un Cuore da Guerriero :
Geni della scienza che non sanno massaggiare una fanciulla. Artisti che non sanno correre tra le montagne. Uomini d’affari che non hanno idea di come giocare con i bambini. Casalinghe incapaci di tirare con l’arco.
Eppure la rivoluzione è già in atto: un prepotente ritorno degli sport da combattimento fra giovanissimi, giovani e anche tanti molto meno giovani. Si registra un costante incremento di iscrizioni nelle arti marziali classiche (karate, aikido, kung fu, jeet kune do) e una vera esplosione di kick boxing e muay thai (boxe thailandese). E dove tuona un fatto, statene pur certi che prima ha lampeggiato un’idea. L’idea del Guerriero e della Guerriera – e dei Monaci Guerrieri in particolare – sono lampi che hanno da sempre accompagnato l’evoluzione umana e impedito – o almeno ritardato fino a oggi – il definitivo compiersi del suo asservimento.
Combattere fuori per vincere dentro. Non vi ricorda nulla?
Ma credete davvero che il Signore degli Anelli sia opera di fantasia e non preciso ricordo delle magie che abbiamo fatto e delle battaglie che abbiamo combattuto, voi e io, all’epoca atlantidea, quando ancora potevamo dirci esseri umani e non codici fiscali o materiale da ufficio?
Ai governi non piacciono né gli artisti né i guerrieri; vogliono rendere prigionieri i corpi agendo sulle menti, tenendole lontane dalla carne, connesse a una rete informatica, occupate a produrre il niente anziché oggetti reali.
Ma l’idea del Guerriero e della Guerriera che agiscono dal Cuore e non si arrendono alle difficoltà della Vita ha attraversato i millenni, sopravvive ai singoli esseri umani. Gli uomini passano ma le idee restano, e continuano a camminare attraverso le gambe di altri uomini.
Invito
Alla fine di questo post voglio fare un invito a ragazzi e ragazze, uomini e donne. Dopo averla abbandonata per tanti anni ho ripreso con la mia vecchia passione, la muay thai; il mio allenatore, Massimiliano, è un personaggio anomalo che ha frequentato i corsi di Risveglio, è diplomato naturopata, insegnante di pugilato F.P.I. dal 2001 … e ha combattuto in Thailandia di muay thai!
Per chi volesse venire – principianti o avanzati – anche solo per una lezione di prova, noi ci alleniamo il martedì e il giovedì mattina e su richiesta anche venerdì mattina, dalle 11:30; ma per chi ha problemi questi giorni, sappiate che la sala della palestra è libera a quell’ora anche gli altri giorni della settimana, nello stesso orario. Se proprio non avete tempo, potete al limite allenarvi una volta con noi e due da soli con il sacco.
Io, ovviamente, non ci guadagno nulla, se non la vostra compagnia, visto che a quell’ora siamo quasi sempre da soli io e lui… e finisce che c’innamoriamo!
L’invito è aperto anche alle ragazze (nell’ambiente ce ne sono sempre di più). Sia chiaro che ognuno lavorerà secondo quello che è il suo livello di partenza e nessuno verrà forzato a fare ciò che non si sente. Il mio precedente discorso sull’atteggiamento dei Guerrieri non implica che dobbiate salire su un ring e combattere come dei professionisti, ma che, almeno nell’ambito della palestra, possiate familiarizzare con il vostro corpo, i vostri limiti, sviluppare l’Attenzione (questa è fondamentale) e abituarvi ad avere di fronte un altro atleta come voi (una parte di voi) con il quale avere uno scambio, anche se non necessariamente a livello agonistico.
Inoltre, la possibilità di tirare pugni a un sacco fino a sfinirsi, è al momento, su questo pianeta, il modo in assoluto migliore che sia stato inventato per tirare fuori la propria aggressività repressa. E ve lo dice uno che nei passati 18 anni ha conosciuto e provato tecniche e terapeuti di ogni genere.
Appuntamento per una lezione di prova:
Martedì 04 oppure Giovedì 06 Marzo
Ore 11:30
Palestra Gym Tonyc
Via Poliziano 34 – Torino
(zona cimitero monumentale)
PER LE DUE PROVE NON OCCORRE ISCRIZIONE ALLA PALESTRA, L’ABBIGLIAMENTO È MINIMO: PANTALONCINI,MAGLIETTA e CIABATTE PER ANDARE DAGLI SPOGLIATOI ALLA SALA, DOVE L’ATTIVITÀ È SVOLTA A PIEDI NUDI! Teoricamente potete tenere le calze, ma con le calze ai piedi la Presenza sfuma e lascia il posto alla meccanicità e al giudizio (nostro, e pesante!).
È un periodo di novità: questo è il link al mio sito in lingua inglese. Se avete conoscenti all’estero divulgatelo pure. Vi ringrazio e vi abbraccio.
Puoi già acquistare con lo sconto il mio ultimo libro
IL BAMBINO E IL MAGO:

 Il bambino e il mago di Salvatore Brizzi

Salvatore Brizzi
NON DUCOR DUCO
(non vengo condotto, conduco)

Pinocchio parabola esoterica

Nel Maggio 2012, dopo aver tenuto a Rimini un seminario su Pinocchio, parabola esoterica, sono stato intervistato sull’argomento Risveglio presso il parco giochi “L’Italia in miniatura” (Viserba di Rimini) dove esiste anche un percorso dedicato alla favola di Pinocchio, come si può vedere nelle immagini di questo video messo a disposizione gratuitamente dagli amici del Giardino dei Libri:
Notare che il libro di Pinocchio ebbe grande successo popolare, ma l’allora imperante perbenismo (1883, anno della pubblicazione) della critica letteraria ne sconsigliò la lettura ai ragazzi “di buona famiglia” per i quali, taluno soggiunse, “poteva trattarsi di una perniciosa potenziale fonte d’ispirazione”.
Pinocchio è una storia con una narrazione semplice che può essere goduta da parte delle masse, ma con un significato nascosto riservato solo a coloro “che sanno” e “che vedono”. Nel bambino che si accosta a questa avventura s’imprime, oltre che il significato più superficiale, morale e cosciente, un significato più profondo, esoterico e inconscio.
Pin-occhio (l’occhio della pineale) è a tutti gli effetti la rappresentazione del percorso di risveglio. Il Padre, Geppetto, ne è il Creatore, infatti non è un vero padre nel senso comune del termine, ma Colui che lo trae dalla materia e gli dà forma. Pinocchio non nasce da una donna, e questo è il primo fatto extra-ordinario. Geppetto lo scolpisce nel legno, lo crea burattino, cioè un essere “meccanico”, “addormentato”, come direbbe Gurdjieff, in grado di parlare e camminare, ma non dotato di coscienza, quindi non ancora umano.
Collodi, massone, ha un’idea semplicemente geniale per illustrare una parabola esoterica!
Appena creato, Pinocchio diviene subito ingestibile, in quanto non ha ancora ritrovato né la sua anima (la Fata Turchina) né tantomeno il Padre, dal quale dovrà prima separarsi per conoscere le insidie del mondo, proprio come accade al figliol prodigo nell’omonima parabola evangelica. Lungo il suo cammino iniziatico impara a conoscersi, a gestire il corpo, le emozioni e la mente, sorvegliato a distanza dalla sua anima, la quale – nonostante le menzogne del burattino – lo aiuta nei momenti più bui e lo rimette sempre sulla “retta via”.

Incontra il Gatto e la Volpe (il corpo emotivo e il corpo mentale) che lo illudono e lo ingannano. A causa loro Pinocchio crede di poter moltiplicare facilmente i suoi soldi anche senza possedere ancora la vera Conoscenza, quella che dovrebbe acquisire frequentando la Scuola che lui sempre rifiuta.

Il Gatto e la Volpe – i suoi corpi, il suo apparato psicosomatico – a un certo punto prendono il sopravvento e lo impiccano. Pinocchio muore e resuscita.
Mangiafuoco è l’equivalente del termine evangelico “mammona”, è il burattinaio, ossia la potenza del mondo (“non puoi servire a Dio e a mammona” dice Gesù) che ti fa lavorare e ti sfrutta insieme agli altri burattini, i quali possono venire sacrificati e gettati nel fuoco in qualunque momento.
Lucifero/Lucignolo è colui che lo distrae dalla Scuola, cioè dall’autentica Conoscenza, quella che lo metterebbe in contatto con i “maestri” e lo farebbe diventare finalmente Uomo, come vuole la Fata Turchina. Lucignolo lo indirizza invece verso il Paese dei Balocchi, dove tutti gli abitanti sono bambini (animicamente) cioè poco evoluti, inclini al vizio e immersi nell’ignoranza (“lì non vi sono scuole, lì non vi sono maestri, lì non vi sono libri”). Questa esperienza simboleggia il massimo della dissoluzione umana, infatti Pinocchio viene precipitato nel mondo infraumano (viene trasformato in asino), cioè ha una temporanea esperienza di retrocessione animica, che però gli consente l’ennesima successiva trasmutazione.
Infine Collodi descrive l’avventura nella pancia della balena, dove Pinocchio, al termine del suo ciclo evolutivo e delle sue esperienze iniziatiche, incontra nuovamente il Padre che l’ha creato. Anche qui è evidente il parallelismo sia con la parabola del figliol prodigo sia con il Libro di Giona, dell’Antico Testamento, dove il protagonista trascorre tre giorni e tre notti nella pancia del cetaceo e alla fine prega Dio nella sua afflizione e si impegna a onorarlo e a pagare quello che ha promesso. Allora Dio comanda al pesce di vomitare Giona.
Pinocchio si ricongiunge col Padre e onora il volere della Fata Turchina, ossia la sua anima.
Se non lo avete ancora regalato a qualcuno, o peggio, se non lo avete ancora letto, rimediate immediatamente a questa lacuna, perché (sinceramente, contro le mie stesse aspettative) tutti quelli che lo hanno letto lo hanno trovato molto bello:
IL BAMBINO E IL MAGO:

 Il bambino e il mago di Salvatore Brizzi

Salvatore Brizzi
NON DUCOR DUCO
(non vengo condotto, conduco)

 

Il libro americano dei morti

I ragazzi di Spazio Interiore Edizioni mi hanno chiesto di scrivere la Prefazione a Il libro americano dei morti di E.J. Gold, che è anche il famoso autore di La macchina biologica umana. Essendo Gold uno dei miei autori preferiti ho immediatamente accettato. Per cui adesso questo libro gode della mia Prefazione, oltre che dell’Introduzione dello psicologo cileno Claudio Naranjo e della Postfazione del neuroscienziato statunitense John C. Lilly, la cui vita avventurosa, come scrivo nella Prefazione, sarebbe sufficiente a far entrare una persona in uno stato di coscienza alterato (alla sua vita è ispirato il film Stati di allucinazione).

Il libro americano dei morti non è altro che il Libro tibetano dei morti adeguato al linguaggio occidentale in virtù dell’ironia di Gold. Un testo costantemente ripubblicato in America a partire dal 1974 in varie edizioni, utilizzato in corsi universitari sulla morte e sul morire e adottato in ospizi e ospedali di tutto il mondo. È stato tradotto in più di 15 paesi, ed è ormai considerato un classico.
Se guardiamo alla pratica si tratta di aiutare il morente prima, durante e dopo il trapasso attraverso un programma di 49 giorni di letture lunghe tra i 10 e i 20 minuti. Ma, come faccio notare nella Prefazione, il libro può e deve essere letto anche su un altro, più profondo, livello: tutto ciò che riesco a superare quaggiù prima della morte, rappresenterà un problema in meno dopo la morte. I “demoni” che sarò riuscito a sconfiggere da questa parte, si terranno lontani da me dall’altra parte.
Dopo la morte è possibile – in alcuni precisi momenti di passaggio, che vengono descritti nel libro – conseguire la fusione con l’Uno e non tornare più a reincarnarsi. Per poter fare questo è però necessaria una Presenza a se stessi di portata eccezionale, una qualità dell’essere che non ci viene regalata con il passaggio nell’aldilà, ma deve essere fabbricata nell’ “aldiqua” giorno per giorno per mezzo dei relativi esercizi e grazie all’apertura del Cuore.
Vi faccio un esempio. Uno dei primi esercizi che assegno nel mio corso prevede che l’allievo si ricordi di sé tutte le volte che passa sotto una porta, ossia tutte le volte che cambia ambiente. È un esercizio dall’elevato valore simbolico, proprio perché si collega all’aspetto appena citato nelLibro americano (e tibetano) dei morti: riuscire a rimanere presenti mentre si trasloca da una sfera all’altra dei mondi spirituali. Ma se non sono in grado di restare presente a me stesso mentre passo da una stanza all’altra nel mondo “di qua”, come posso sperare di restare presente – e approfittarne per fondermi con l’Assoluto – al momento di abbandonare il mio corpo fisico, oppure al momento di abbandonare il mio corpo astrale?
Le mie capacità da “questa parte” definiscono le mie possibilità “dall’altra parte”.
Chi sono i demoni se non le personificazioni astrali delle mie paure. È possibile che oggi non esistano più uomini o donne senza paure?
In ogni caso la lettura del Libro dei morti al capezzale del morente – qualunque sia il suo livello di preparazione – serve proprio a ricordargli le sue possibilità affinché non si perda nell’oblio della meccanicità, ma sfrutti i momenti più propizi per compiere il Grande Balzo e gettarsi nell’Uno.
Io dalle vendite del libro non ci guadagno nulla, ve lo consiglio e basta.

 Il libro americano dei morti - Gold

Salvatore Brizzi
NON DUCO DUCO
(non vengo condotto, conduco)